Ipogeo dei Cristallini di Napoli

Ipogeo dei Cristallini di Napoli logo bianco

i custodi di uno scrigno di arte e storia​

PALAZZO DI DONATO

La strada antica che percorreva il Re e che il Barone di Donato scelse per la sua residenza

Era il 1889 quando  il barone Giovanni di Donato ebbe l’idea di scavare nella cantina del suo palazzo, che oggi prende il suo nome, in via dei Cristallini 133, per cercare acqua o tufo. Fece eseguire quindi dei lavori, ma trovò del vuoto sotto terra. Con estrema meraviglia scoprì le ampie sale dei quattro sepolcreti, riccamente dipinte, decorate ed arredate. Un vero tesoro di pittura e architettura ellenistica funeraria.

Una rara testimonianza del periodo ellenistico, uno splendore incredibilmente riportato alla luce.

Proprio in quel punto infatti correva un viale dell’antica necropoli napoletana di epoca greca, un tempo illuminato dal sole in aperta campagna, ed oggi ormai sepolto sotto le case del Borgo Sanità della nuova città.

Il Barone di Donato, riconoscendo l’importanza del monumento, fece costruire una scala e un corridoio che portava alle porte d’ingresso delle singole camere.

I discendenti del Barone di Donato, lasciarono in eredità al nipote Giampiero Martuscelli il meraviglioso Ipogeo dei Cristallini, che lo ha custodito, insieme al Rione Sanità ed agli abitanti del palazzo, con grande cura e senso di appartenenza.

Nel 2018 nasce l’idea  di Giampiero Martuscelli insieme alla moglie Alessandra Calise e ai figli Paolo e Sara di offrire questo scrigno di arte e storia alla città ed al pubblico, rendendolo fruibile.

«A convincerci è stato un archeologo. Ci aveva chiesto di far visita all’Ipogeo. Dopo essere entrato nella più bella delle quattro sale, con una spontaneità sorprendente, esclamò: “Quanta bellezza, io vorrei vivere qui!”. Fu allora che ci rendemmo conto che era arrivato il momento di occuparci di questo luogo per troppo tempo rimasto chiuso».

«Il desiderio non è solo di restituire a vera bellezza i meravigliosi affreschi, ma anche di avvicinare all’arte greca un pubblico sempre più ampio. L’arte appartiene a tutti, e chi gestisce un bene così ha il dovere di renderla comprensibile e accessibile».

Alessandra Calise Martuscelli